Bussola

Assetti organizzativi dell'impresa

Sommario

Inquadramento | La modifica all’art. 2086 c.c. prevista nel codice della crisi | Doveri del debitore | Gli obblighi organizzativi | Gli strumenti di allerta | In conclusione | Riferimenti |

Inquadramento

L’art. 375 d.l.gs. 12 gennaio 2019, n. 14 (Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza), dopo avere riformulato al primo comma il titolo della rubrica dell’art. 2086 c.c. con “Gestione dell’impresa”, inserisce un nuovo comma (secondo) a tale articolo nel quale impone all’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche al fine della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa stessa e della perdita della continuità aziendale, e di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento giuridico volti al superamento della crisi ed il recupero della citata continuità aziendale.

L’obbligo di adeguati assetti organizzativi costituisce, per espressa previsione legislativa (art. 12 D. Lgs. n. 14/2019), uno strumento di allerta della crisi, in difetto del quale opereranno solo le segnalazioni dei creditori qualificati e gli appositi indici previsti dall’art. 13 D. Lgs. n. 14/2019 elaborati con cadenza triennale dal CNDCEC. 

La modifica all’art. 2086 c.c. prevista nel codice della crisi

Il D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14 (Codice della crisi di impresa e dell'insolvenza, di seguito CCI), corretto ed integrato dal D.Lgs. 26 ottobre 2020, n. 147, emanato in attuazione della L. 19 ottobre 2017, n. 155 (delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi d'impresa e dell'insolvenza, attuativo del disegno di legge n. 3671-bis), prevede agli artt. da 375 a 383 le modifiche al codice civile, alcune delle quali in tema di diritto societario.

 

Tra le citate disposizioni meritano di essere segnalate, per l'indubbio impatto che hanno sul nuovo istituto delle procedure di allerta - intese come strumento finalizzato a supportare gli amministratori e gli organi preposti al controllo delle società nell'individuazione dei primi segnali di crisi - quelle inerenti agli assetti organizzativi (artt. 375 e 377 CCI).

Trattasi di principi di corretta gestione imprenditoriale, la cui collocazione è inserita in maniera significativa nella versione novellata dell'art. 2086 c.c. e, quindi, all'interno dei principi previsti dal codice civile sull'impresa in generale (in questo senso, N. Abriani, A. Rossi, Nuova disciplina della crisi d'impresa e modificazioni del codice civile: prime letture, in Società, 2019, 394).

 

Più precisamente, l'art. 375 CCI innova l'art. 2086 c.c., sia modificando la rubrica in “Gestione dell'impresa” (in luogo di “Direzione e gerarchia nell'impresa”), sia  attraverso l'introduzione del secondo comma nel quale è imposto all'imprenditore che operi in forma societaria o comunque collettiva di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell'impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l'adozione e l'attuazione di uno degli strumenti previsti dall'ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.

 

Strettamente correlato alla suddetta disposizione è l'art. 40 del sopra citato D. Lgs. 147/2020 che riformula gli articoli in materia di amministrazione delle società di persone (art. 2257 c.c.), di quelle per azioni (artt. 2380-bis c.c. e, per le s.p.a. che adottano il sistema dualistico, 2409-novies c.c.) ed a responsabilità limitata (art. 2475 c.c.) - già modificati dall'art. 377 CCI - chiarendo che l'istituzione degli assetti di cui al predetto art. 2086 c.c. spetta esclusivamente agli amministratori. A tal fine, la Relazione illustrativa al decreto correttivo evidenza che il nuovo intervento ha lo scopo di chiarire, così superando dubbi interpretativi, che quello che spetta in via esclusiva agli amministratori non è la gestione dell'impresa, che per alcuni aspetti può essere demandata anche ai soci (si pensi ad esempio a quanto disposto per le s.r.l. dagli artt. 2479 e 2468, comma 3, c.c.), ma l'istituzione degli assetti organizzativi.   

 

La modifica dell'art. 2086 c.c. è finalizzata a favorire il nuovo istituto dell'allerta, il cui intento è di rimediare alle attuali carenze del nostro ordinamento giuridico che, nel complesso, fornisce deboli incentivi ai debitori a rivelare ed affrontare in maniera tempestiva situazioni di tensione economico-finanziaria e non prevede, a differenza di altri, strumenti di assistenza per favorire il raggiungimento di soluzioni precoci in accordo con i creditori.

L'idea alla base delle procedure di allerta è che l'emersione precoce della situazione di difficoltà, consentendo all'organo gestorio di adottare le misure di risanamento quando l'impresa è ancora in continuità, permette di evitare la distruzione di valore generata dal ritardo che sovente si registra nei tempi di risposta alla crisi.

Al fine di valutare l'impatto innovativo delle procedure di allerta, è comunque necessario tenere in considerazione che l'attivazione delle medesime presuppone il cattivo funzionamento degli assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla natura e alla dimensione della società che, come noto, ai sensi dell'art. 2381, comma 5, c.c., debbono essere predisposti dagli amministratori delegati; assetti tra i quali non possono non rientrare le procedure interne volte alla rilevazione tempestiva della crisi.

 

Al compito degli amministratori delegati di curare che l'assetto organizzativo, amministrativo e contabile sia adeguato alla natura ed alle dimensioni dell'impresa corrisponde quello dell'intero consiglio di amministrazione di valutarne la concreta effettività ed adeguatezza in base alle informazioni ricevute (art. 2381, comma 4, c.c.). A tal fine, è stato ritenuto che l'utilizzo del termine “valutazione” stia a significare che il consiglio non sia soltanto destinatario di un flusso informativo, “ma altresì onerato di un potere-dovere di reazione che si estrinseca nel potere-dovere di esprimere un giudizio e quindi anche di indirizzare l'opera dei delegati”, anche sotto forma di semplice approvazione di quanto proposto e riferito dai medesimi (l'espressione è di A. De Nicola, Commento sub art. 2381, in Commentario alla riforma delle società, diretto da P.G. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi, M. Notari, Amministratori, cura di F. Ghezzi, Milano, 2005, 118). 

 

Doveri del debitore

Proprio al fine di favorire l’emersione anticipata della crisi, l’art. 3 CCI - rubricato “Doveri del debitore” - impone:

-    all’imprenditore individuale di adottare misure idonee a rilevare in maniera tempestiva lo stato di crisi ed assumere senza indugio le iniziative necessarie a farvi fronte (comma 1);

-    all’imprenditore collettivo di adottare un assetto organizzativo adeguato ai sensi del novellato art. 2086 c.c., ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e dell’assunzione di idonee iniziative (comma 2).

 

Come precisato dalla Relazione illustrativa al D. Lgs. n. 14/2019 se, da un lato, il sopra citato art. 3 CCI mira a responsabilizzare esplicitamente il debitore in qualsiasi forma sia organizzato, prescrivendo, anche nel caso di impresa individuale, l’adozione di ogni misura diretta alla precoce rilevazione del proprio stato di crisi, per porvi tempestivamente rimedio; dall’altro lato, in presenza di imprenditore collettivo, si richiede un quid pluris costituto da specifici assetti organizzativi adeguati ai sensi dell’art. 2086 c.c., calibrati in base alla natura ed alle dimensioni dell’impresa medesima, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi e della perdita della continuità aziendale. In entrambi i casi, si prescrive un obbligo di immediata attivazione per il superamento della crisi.

A questo fine, la L. n. 155/2017 ha ampliato il novero dei soggetti preposti alla sorveglianza della salute dell’azienda, attraverso l’introduzione, in primo luogo, di una modifica al codice civile laddove nel predetto art. 2086 c.c. si prevede proprio il dovere per l’imprenditore di istituire un assetto organizzativo amministrativo e contabile anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi d’impresa e della perdita di continuità aziendale, e di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale medesima (sull’argomento, cfr. L.A. Bottai, Le modifiche al codice civile dettate dalla L. n. 155/2017 e l’affermazione del diritto concorsuale societario, in IlFallimentarista, 23 aprile 2018).

La fisiologia della crisi di impresa presuppone infatti che sia in primis l’imprenditore a monitorare, prima, ed a gestire, poi, la propria crisi. E che egli lo faccia identificandone le cause, eventualmente insieme ai propri managers ovvero a consulenti che si è scelto autonomamente, che siano portatori di quelle competenze specifiche in materia di crisi di impresa - giuridiche, aziendalistiche, economiche, finanziarie, tributarie, e così via - identificate sulla base delle sintomatologie che si sono colte in quella specifica crisi, professionalità che lo mettano in grado di predisporre un piano volto a risanare l’azienda prima che quest’ultima generi una situazione di crisi conclamata (cioè crisi che hanno dato luogo a inadempimenti esterni manifesti come, a titolo esemplificativo, ritardi nei pagamenti) o addirittura di insolvenza.

Gli obblighi organizzativi

Il novellato art. 2086 c.c. prevede quindi l’obbligo di presidi organizzativi (“obblighi organizzativi”); disposizione che ha un precedente per le società a partecipazione pubblica, per le quali l’art. 6, comma 2, D.Lgs. 19 agosto 2016, n. 175 (Testo unico partecipate pubbliche) dispone che “le società a controllo pubblico predispongono specifici programmi di valutazione del rischio di crisi aziendale e ne informano l’assemblea nella relazione sul governo societario”.

 

Per espressa previsione dell’art. 12, comma 1, CCI, gli anzidetti obblighi organizzativi costituiscono strumenti di allerta e sono posti a carico dell’imprenditore.

Più precisamente, i presidi organizzativi hanno quale fine di consentire la tempestiva individuazione di uno stato di crisi al fine della sua gestione; obiettivo realizzato in maniera tale da permettere in continuo la valutazione della sostenibilità del debito sotto diversi profili: quello della tempestiva individuazione dello stato di crisi; quello del permanere della continuità aziendale; quello dell’assunzione delle obbligazioni proporzionalmente alle proprie capacità patrimoniali, principio, quest’ultimo, caratterizzato da valenza generale che prescinde dallo stato di crisi.

Il tutto sotto la responsabilità degli organi sociali così come previsto dal nuovo comma 5-bis dell’art. 2476 c.c. (introdotto dall’art. 378, comma 1, CCI), che esplicita la responsabilità degli amministratori verso i creditori delle società a responsabilità limitata (azionabile anche dal curatore) per l’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, recependo l’orientamento prevalente della giurisprudenza (vedasi, per tutte, Cass. 21 luglio 2010, n. 17121, in Riv. dir. comm., 2011, 3, II, 319).

L’inerzia nell’attivazione dei presidi, per i quali si deve comunque ritenere imprescindibile il principio della proporzionalità alle dimensioni ed alla complessità dell’impresa, comporta, non soltanto la conseguente assunzione di responsabilità, ma anche il rischio dell’impercorribilità delle misure di composizione assistita della crisi con la conseguenza di un esito nefasto delle medesime.

Alla luce della prima esperienza di applicazione dell’anzidetto art. 6 d.lgs. n. 175/2016, i presidi organizzativi, ovvero l’assetto organizzativo, amministrativo e contabile atto alla rilevazione tempestiva della crisi al quale fa riferimento l’art. 2086 c.c. dovrebbe essere costituito da un insieme di linee guida, regole, compiti e procedure riconducibili a quattro distinti ambiti (così R. Ranalli, La riforma della crisi d’impresa. Dalla preallerta sino all’istanza al tribunale passando attraverso le procedure di composizione assistita. I presidi organizzativi e le regole di governo previste dalla riforma, in www.osservatorio-oci.org.).

                i.              Collocamento organizzativo della competenza della redazione del piano d’impresa, al quale si accompagna la statuizione di un presidio funzionale proporzionale alla complessità organizzativa della realtà specifica volto a sovraintendere alla pianificazione ed al controllo di gestione e che, in base alle dimensioni ed alla articolazione dell’impresa, potrà essere affidato alla funzione amministrazione, finanza e controllo ovvero ad una funzione ad hoc con finalità di pianificazione e controllo di gestione.

              ii.              Regole per la redazione del piano, come, ad esempio, linee guida ad hoc, alle quali rimettere l’individuazione dei principi e dell’approccio di costruzione, e correlate procedure che scendendo più in dettaglio definiscono l’iter logico e le modalità di redazione del documento, avendo riguardo alle caratteristiche dell’impresa, al suo business model ed alla value proposition.

            iii.              Percorso di formazione ed approvazione del piano da parte dell’organo amministrativo.

            iv.              Definizione delle regole di rendicontazione all’organo amministrativo ed a quello di controllo atte ad assicurare tempestiva informativa sull’esito del monitoraggio in continuo del prevedibile andamento della gestione in termini di rilevazione e valutazione degli scostamenti rispetto al piano. Tali regole devono altresì consentire la valutazione in continuo della sussistenza dell’equilibrio economico finanziario.

 

 

 In evidenza: legittimazione del curatore

Per i giudici di legittimità “in tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata, la riforma societaria di cui al d. lgs. n. 6 del 2003, che pur non prevede più il richiamo, negli artt. 2476 e 2487 cod. civ., agli artt. 2392, 2393 e 2394 cod. civ., e cioè alle norme in materia di società per azioni, non spiega alcuna rilevanza abrogativa sulla legittimazione del curatore della società a responsabilità limitata che sia fallita, all'esercizio della predetta azione ai sensi dell'art. 146 legge fall., in quanto per tale disposizione, riformulata dall'art.130 del d. lgs. n. 5 del 2006, tale organo è abilitato all'esercizio di qualsiasi azione di responsabilità contro amministratori, organi di controllo, direttori generali e liquidatori di società, così confermandosi l'interpretazione per cui, anche nel testo originario, si riconosceva la legittimazione del curatore all'esercizio delle azioni comunque esercitabili dai soci o dai creditori nei confronti degli amministratori, indipendentemente dallo specifico riferimento agli artt. 2393 e 2394 cod. civ.” (Cass. 21 luglio 2010, n. 17121, in Riv. dir. comm., 2011, 3, II, 319)

Gli strumenti di allerta

Gli obblighi organizzativi, come già evidenziato, costituiscono ai sensi dell’art. 12 CCI uno strumento di allerta della crisi, in difetto del quale opereranno solo le segnalazioni dei creditori qualificati e gli appositi indici di cui all’art. 13 CCI elaborati con cadenza triennale dal CNDCEC.

Gli strumenti di allerta trovano la loro disciplina nel Titolo II (procedure di allerta e di composizione assistita della crisi), Capo I (Strumenti di allerta) del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Il presupposto oggettivo, almeno in linea teorica, delle procedure di allerta e di composizione assistita della crisi pare essere rappresentato dallo stato di crisi, come si evince dal tenore letterale dell’art. 12, comma 1, CCI, nel quale è precisato che gli strumenti di allerta sono finalizzati alla “tempestiva rilevazione degli indizi di crisi dell’impresa ed alla sollecita adozione delle misure più idonee alla sua composizione”; dell’art. 13, comma 1, CCI, ai sensi del quale costituiscono “indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario” e dell’art. 18 CCI che, al terzo comma, prevede l’archiviazione della segnalazione da parte del collegio di esperti “quando ritiene che non sussista la crisi” ed al successivo quarto comma  esordisce con “Quando il collegio rileva l’esistenza della crisi”.

Tale assunto, tuttavia, è messo in discussione dalla stessa disciplina degli strumenti di allerta che qualifica come indicatori di crisi situazioni che, di fatto, sono di regola sintomatiche dello stato di insolvenza (S. Ambrosini, Crisi e insolvenza nel passaggio fra vecchio e nuovo assetto ordinamentale: considerazioni problematiche, in ilcaso.it, 2019, 29 e ss.).

A sensi dell'art. 2, lett. a), CCI (nel testo modificato dall'art. 1 D.Lgs. 147/2020) per crisi si intende “lo stato di squilibrio economico-finanziario che rende probabile l'insolvenza del debitore e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”. L'insolvenza, a sua volta, è definita dalla successiva lett. b) dell'art. 2 come “lo stato del debitore che si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”.

Lo stato di crisi, in pratica, identifica situazioni di squilibrio economico-finanziario reversibile che, però, può determinare, ove non affrontate o affrontate in ritardo, la perdita della continuità aziendale. L'insolvenza, al contrario, rispecchia una situazione irreversibile che, alla luce del CCI, darà origine al nuovo istituto della liquidazione giudiziale (espressione, quest'ultima, sostitutiva di quella tradizionale di “fallimento”), oltre che rappresentare il presupposto oggettivo per l'accesso alla procedura di concordato preventivo (per un approfondimento si rinvia a D. Fico, Brevi riflessioni sulla nozione di crisi e di insolvenza del debitore nel nuovo Codice della crisi d'impresa, in  questo portale).

 

Ai sensi del primo comma dell'art. 12 CCI, gli strumenti di allerta (c.d. early warning tools) volti alla tempestiva emersione dello stato di crisi dell'impresa ed alla sollecita adozione delle misure più idonee alla sua composizione, sono costituiti:

       i.       dagli obblighi organizzativi posti a carico dell'imprenditore di cui all'art. 2086 c.c.;

       ii.      da ulteriori obblighi di segnalazione interni, posti a carico dei soggetti indicati nell'art. 14 (organi di controllo societari, revisore contabile e società di revisione);

       iii.     dagli obblighi di segnalazione esterni, posti a carico dei creditori pubblici qualificati di cui all'art. 15 CCI (Agenzia delle Entrate, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ed agente della riscossione).

 

L'anticipazione dell'emersione della crisi è dunque un obiettivo che il legislatore ascrive non soltanto agli organi interni all'impresa attraverso gli obblighi previsti dal sopra menzionato art. 2086 c.c., ma assegnando altresì ad altri soggetti qualificati, in ragione della funzione esercitata, specifici obblighi di segnalazione.

Al fine di valorizzare la funzione di vigilanza societaria, l'art. 379 CCI (entrato in vigore il 16 marzo 2019, trentesimo giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) - in attuazione di uno specifico principio di delega contenuto nell'art. 14, lett. g), L. 155/2017 (rubricato “Modifiche al codice civile”) - ha quindi previsto la modifica dell'art. 2477, commi 3 e 4, c.c., attraverso la riduzione dei parametri numerici il cui superamento impone alle s.r.l. la nomina obbligatoria del collegio sindacale o del revisore, aumentando così la platea dei soggetti da sottoporre a controllo.

Il citato art. 2477 c.c., tuttavia, è stato nuovamente modificato dall'art. 2-bis, comma 2, D.L. 18 aprile 2019, n. 32 (c.d. decreto sblocca cantieri) convertito, con modificazioni, in L. 14 giugno 2019, n. 55, attraverso l'innalzamento delle soglie (inizialmente variate in 2 milioni di euro per il totale attivo stato patrimoniale; in 2 milioni di euro per i ricavi delle vendite e delle prestazioni ed in 10 unità per il numero di dipendenti occupati in media durante l'esercizio) che non devono essere superate ai fini dell'esenzione dell'obbligo.

 

A seguito di tale variazione la società a responsabilità limitata è obbligata a nominare il collegio sindacale o il revisore:

a)       nelle ipotesi in cui la stessa sia tenuta alla redazione del bilancio consolidato;

b)      quando controlli una società obbligata alla revisione legale;

c)       nel caso in cui per due esercizi consecutivi superi almeno una delle soglie dimensionali di seguito indicate:

-   totale attivo dello stato patrimoniale superiore a 4 milioni di euro;

-   ricavi delle vendite e delle prestazioni superiore a 4 milioni di euro;

-   numero di dipendenti occupati in media durante l'esercizio superiore alle 20 unità.

 

Sul tema, è opportuno far presente che il termine per provvedere alla nomina degli organi di controllo o del revisore e, ove necessario, ad uniformare l'atto costitutivo e lo statuto alle nuove regole, inizialmente fissato in nove mesi dalla entrata in vigore del sopra menzionato art. 379 CCI (16 dicembre 2019), è stato rinviato, dapprima - dall'art. 8, comma 6-sexies, D.L. 30 dicembre 2019, n. 162, convertito in L. 28 febbraio 2020, n. 8 - alla data di approvazione dei bilanci relativi all'esercizio 2019, stabilita ai sensi del secondo comma dell'art. 2364 c.c. e, successivamente - dall'art. 51 bis, D.L.19 maggio 2020, n. 34 (c.d. “decreto rilancio”), convertito in L. 17 luglio 2020, n. 77 - alla data di approvazione dei bilanci riguardanti l'esercizio 2021, “al fine di contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19 sulle attività d'impresa”.

 

In virtù delle anzidette modifiche, dunque, non soltanto sono stati ridotti i tre parametri attualmente vigenti, ma è stato altresì considerato sufficiente il superamento di solo uno dei predetti limiti (a differenza della normativa attuale che prevede il superamento di due limiti su tre) ampliando, in tal modo, il numero di s.r.l. tenute alla nomina.

Trattasi di modifiche che riguarderanno essenzialmente le piccole imprese che, fino ad oggi, hanno rinviato l'obbligo di attrezzarsi con adeguati sistemi di controllo; in conformità, peraltro, alla Norma di comportamento 1.1. emanata dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili per il collegio sindacale, secondo cui tale organo, nello svolgimento della funzione riconosciutagli dalla legge, vigili affinché il sistema di controllo e gli assetti organizzativi adottati dalla società risultino adeguati a rilevare tempestivamente segnali che facciano emergere dubbi significativi sulla capacità dell'impresa di continuare ad operare come entità in funzionamento (A. Danovi, P. Riva, Le cinque fasi della crisi e dell'allerta, in IlFallimentarista, 20 agosto 2018).

 

L'art. 12, comma 2, CCI, prevede che il debitore, all'esito della procedura di allerta o anche prima della sua attivazione, può accedere al procedimento di composizione assistita della crisi, da svolgersi in modo “riservato e confidenziale” dinanzi all'Organismo di Composizione della Crisi d'Impresa (OCRI).

 

Al fine di agevolare il ricorso alle procedure di allerta e composizione assistita della crisi, il successivo terzo comma dell'art. 12, CCI, stabilisce che l'attivazione della procedura di allerta da parte dei soggetti individuati negli anzidetti artt. 14 e 15 CCI, nonché la presentazione da parte del debitore dell'istanza di composizione della crisi di cui sopra, non costituiscono causa di risoluzione dei contratti pendenti, anche se stipulati con pubbliche amministrazioni, né di revoca degli affidamenti bancari concessi, sanzionando con la nullità i patti contrari.

La ratio di tale disposizione è quindi quella di evitare che il ricorso al procedimento di allerta pregiudichi la continuità aziendale a causa dello scioglimento dei contratti in essere o della revoca dei fidi ottenuti dalle banche.

 

Gli strumenti di allerta trovano applicazione per i debitori che svolgono attività d'impresa, con esclusione dei soggetti indicati dai commi 4 e 5 dell'art. 12 CCI.

Sulla base del comma 7 di tale articolo, gli strumenti di allerta si applicano altresì alle imprese agricole ed alle imprese minori, compatibilmente con la loro struttura organizzativa, ferma la competenza degli Organismi di Composizione delle Crisi da Sovraindebitamento (OCC) per la gestione della fase successiva alla segnalazione dei soggetti indicati nei già menzionati artt. 14 e 15 CCI, ovvero alla istanza del debitore di composizione assistita della crisi.

Ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. d), CCI, sono definite minori le imprese che presentano in maniera congiunta i seguenti requisiti:

  1. un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di apertura della liquidazione giudiziale o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore;
  2. ricavi, in qualunque modo essi risultino, per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di apertura della liquidazione giudiziale o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore;
  3. un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila;

valori, quelli anzidetti, per i quali è prevista la possibilità (trattasi, infatti, di facoltà e non certo di obbligo) di aggiornamento ogni tre anni, con decreto adottato dal Ministro della giustizia in base alla media delle variazioni degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.

Per le imprese soggette a liquidazione coatta amministrativa ordinaria (disciplinata dal titolo VII, capo II, CCI) - diverse da quelle elencate ai commi 4 e 5 dell'art. 12, il procedimento di allerta e di composizione assistiti della crisi è integrato dalla previsione di cui all'art. 316, comma 1, lett. a) e b), CCI, avente ad oggetto le funzioni delle autorità amministrative di vigilanza (art. 12, comma 8, CCI).

 

In ogni caso, gli obblighi di segnalazione posti a carico di soggetti qualificati cessano in pendenza di una procedura di regolazione della crisi e dell'insolvenza disciplinate dal Codice della crisi, la cui apertura determina, inoltre, la chiusura del procedimento di allerta e composizione assistita della crisi (art. 12 ultimo comma).

 

In conclusione

L'obbligo di adeguati assetti organizzativi e l'introduzione di sistemi di allerta rappresentato senza dubbio i due pilastri su cui si fonda l'intera disciplina della prevenzione dell'insolvenza (così A. Guiotto, I sistemi di allerta e l'emersione tempestiva della crisi, in Fallimento, 2019, 409).

 

In assenza di adeguati assetti organizzativi, infatti, ben difficilmente l'organo amministrativo e l'organo di controllo saranno in grado di individuare con celerità il rischio di un peggioramento delle condizioni aziendali. Gli adeguati assetti organizzativi aziendali rappresentano, quindi, le fondamenta su cui si poggia l'intero sistema di prevenzione della crisi (early warning secondo la terminologia anglosassone) attraverso la condivisione più efficiente dei sistemi informativi. La loro istituzione e la loro implementazione vengono in tal modo promosse sia attraverso norme di natura precettiva, sia mediante la responsabilizzazione dell'organo gestorio e dell'organo di controllo (sempre A. Guiotto, I sistemi di allerta e l'emersione tempestiva della crisi, cit., 410).

In tale ottica, è stato affermato che, relativamente a quest'ultimo organo, l'art. 14 CCI introduce, accanto alle tradizionali categorie di controllo di merito e di legalità, anche il tertium genus rappresentato dal controllo di correttezza ed adeguatezza organizzativa (in questo senso, P. Montalenti, Diritto dell'impresa in crisi, diritto societario concorsuale, diritto societario della crisi: appunti, in Giur. comm., 2018, I, 76).

 

L'organo di controllo societario, il revisore legale persona fisica o la società di revisione, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze, saranno infatti obbligati a verificare che l'organo amministrativo valuti costantemente l'adeguatezza dell'assetto organizzativo, la sussistenza dell'equilibrio economico e finanziario e quale sia il prevedibile andamento della gestione, assumendo prontamente le iniziative idonee ogni qualvolta ciò si renda necessario. Da ciò discende l'introduzione di un ulteriore obbligo in capo agli organi di controllo, rappresentato dalla segnalazione immediata agli amministratori dell'esistenza di fondati indizi della crisi.

Al riguardo, l'art. 14 CCI (nel testo modificato dal citato decreto legislativo correttivo 147/2020) prevede che gli organi di controllo societari, quando effettuano l'anzidetta segnalazione agli amministratori, devono informarne “senza indugio” anche il revisore contabile o la società di revisione; allo stesso modo, il revisore contabile o la società di revisione informano l'organo di controllo della segnalazione effettuata.

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