Giurisprudenza commentata

La responsabilità degli amministratori di società di capitali verso i singoli soci o terzi

01 Luglio 2015 |

Tribunale di Torino

Azioni individuali di responsabilità del socio o del terzo verso gli amministratori

Sommario

Massime | Il caso | Le questioni giuridiche | Conclusioni |

Massime

Sussiste la legittimazione del terzo creditore ai sensi dell’art. 2476 comma 6 c.c. ad ottenere il risarcimento del danno direttamente subito a causa della condotta dolosa o colposa degli amministratori di società dichiarata fallita, non comportando l’intervenuto fallimento della società la inammissibilità o improcedibilità della domanda.

Il cumulo delle azioni di responsabilità ex artt. 2393 e 2394 c.c. esperibili dal Curatore fallimentare ai sensi dell’art. 146 l. fall. non si estende infatti all’azione individuale del socio o del terzo direttamente danneggiato la cui legittimazione permane anche in caso di fallimento. Il disposto dell’art 2395 c.c. si applica anche alla Società a responsabilità limitata per effetto del richiamo operato dall’art. 2476 comma 6 c.c.

Il caso

Una società a responsabilità limitata promuove azione di responsabilità ai sensi dell’art. 2476 comma 6 c.c. nei confronti del liquidatore di un’altra società di capitali.

La società attrice deduce di essere stata direttamente danneggiata dalla condotta dolosa o gravemente colposa dell’amministratore convenuto per avere egli, in violazione dei doveri degli amministratori di società di capitali, arrecato grave danno alla società attrice a causa della mancata restituzione di una partita di rame (nella specie 16.500 kg) che era stata consegnata alla società amministrata dal liquidatore convenuto in conto lavorazione e deposito.

A supporto della domanda risarcitoria vengono depositati i documenti di consegna e trasporto del rame nonché le fatture di acquisto.

Nel contempo la depositaria stipula un contratto d’affitto d’azienda con un terzo subfornitore.

Una volta richiesto dalla società attrice alla subfornitrice la restituzione del materiale residuo della fornitura dei prodotti semilavorati viene scoperta la mancanza di una consistente quantità di rame. La società attrice allora si rivolge alla originaria depositaria incaricata della lavorazione del rame per ottenere la restituzione dei beni, apprendendo che la società medio tempore era stata dichiarata fallita.

La società attrice propone istanza di rivendicazione ed ammissione al passivo ma, stante la mancata rilevazione materiale del rame tra gli elementi inventariati dalla Curatela, viene respinta l’istanza di rivendicazione ed il credito per equivalente viene ammesso al passivo in via chirografaria.

La società attrice si rivolge quindi al Tribunale di Torino per ottenere la condanna del liquidatore della società depositaria al risarcimento del danno conseguente alla sottrazione dei 16.500 kg di rame di proprietà della attrice sia per danno emergente pari al controvalore dei 16.500 kg, in base alla valutazione unitaria di € 7,523 del rame miniera alla data della mancata restituzione e al costo di trasformazione da miniera in tondo di 8 mm, sia per lucro cessante, e quindi nella misura di € 124.129,5 o in quella misura maggiore o minore che riterrà il Tribunale anche in via equitativa

Si costituisce il liquidatore chiedendo di dichiararsi l’improcedibilità e/o inammissibilità della domanda ed, in ogni caso, di respingere le domande di risarcimento avversarie in quanto non provate e prive di fondamento.

Le questioni giuridiche

Le questioni giuridiche affrontate dal Tribunale di Torino nella pronuncia che si commenta attengono (i) alla ammissibilità dell’azione di responsabilità promossa dal socio o dal terzo nei confronti degli amministratori di srl ai sensi dell’art. 2476 comma 6 c.c. ed (ii) alla legittimazione del socio o del terzo ad agire in caso di fallimento della società.

Come è noto, l’art. 2476 comma 6 c.c., introdotto dalla riforma del diritto societario di cui al d. lgs 17 gennaio 2003 n. 6, riproduce quasi pedissequamente la disposizione dell’art. 2395 c.c. in materia di responsabilità degli amministratori di spa, stabilendo che “le disposizioni del precedenti commi non pregiudicano il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori”.

Il legislatore della riforma del 2003, abbandonando la vecchia tecnica normativa del rinvio alle disposizioni sulla spa (per effetto dell’abrogato art. 2487 c.c.), ha introdotto la fattispecie di cui all’art. 2476 comma 6 c.c. , a voler denotare l’affermazione della autonomia disciplinare del “tipo” e l’“emancipazione” dalla s.p.a.

Nonostante la chiara deviazione rispetto al modello azionario che si ravvisa sul piano della organizzazione interna e dell’immanenza della figura del socio in quanto tale (sul punto ci si permette di rinviare a E. RICCIARDIELLO, Il socio amministratore di s.r.l., Giuffré, 2008) anche per la s.r.l., è oggi prevista, seppure compressa in un unico articolo, l’art. 2476 c.c., una triplice responsabilità degli amministratori: verso la società, verso i creditori sociali e verso i singoli soci o terzi.

Mentre la responsabilità sociale e verso i creditori, per communis opinio, ha natura contrattuale, in quanto afferisce alla violazione dei doveri degli amministratori nello svolgimento dell’incarico di amministrazione ed origina da un rapporto (o vincolo) di tipo contrattuale, assumendo responsabilità verso la società “mandante” e verso i creditori sociali danneggiati dalla violazione dell’obbligo generale di conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, la responsabilità verso i singoli soci o terzi ha un fondamento diverso.

Presupposto oggettivo di tale azione è la sussistenza di un danno diretto subito dal socio o dal terzo uti singulus causalmente riconducibile alla condotta degli amministratori (laddove l’avverbio direttamente non va riferito alla condotta degli amministratori ma alla sfera del soggetto danneggiato cfr. FRANZONI, Delle società per azioni. Dell’amministrazione e del controllo, in commentario a cura di Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 2008, 577; cfr. anche L. CORRADI, Responsabilità dell’amministratore e incapienza dell’attivo fallimentare, commento a Cass. Civ. sez. I, 22 marzo 2010, n. 6870, in Le Società, 2010, n.10, 1187), non potendosi affermare la sua sussistenza in caso di danno c.d indiretto (o riflesso) subito dai singoli soci o terzi per effetto della causazione di un pregiudizio patrimoniale alla società (cfr. F. BONELLI, Gli amministratori di s.p.a., Milano, Giuffré, 2004, p.. 213 ss: DE ANGELILLIS-SANDRELLI, Responsabilità degli amministratori e controllo dei soci, in Società a responsabilità limitata – Commentario alla riforma delle società, a cura di Bianchi, Milano, Egea, 2008, 769 ss).  

Si tratta di una ipotesi di responsabilità di tipo extracontrattuale (cfr. ex plurimis GALGANO. La società per azioni, in Trattato di diritto commerciale e diritto pubblico dell’economia, Padova, 1988, 300 ss.; PINTO, La responsabilità degli amministratori per “danno diretto” agli azionisti, in Abbadessa-Portale, Il nuovo diritto delle società. Liber amicorum Gian Franco Campobasso, Torino, 2006; Cass. Civ. sez. I, 23 giugno 2010, n. 15220, in Le società, 2011, n. 3 con nota di Di Donato) in quanto essa prescinde dal rapporto sociale sussistente o dal vincolo negoziale intercorrente tra la società ed i terzi creditori, fondandosi, come si diceva, sulla riconduzione di un pregiudizio diretto ad una specifica condotta lesiva degli amministratori (sulla necessità di collegamento tra condotta illegittima dell’amministratore ed esercizio della funzione gestoria v. AMBROSINI, La responsabilità degli amministratori, in Trattato di diritto commerciale, diretto da Cottino, vol. 4, 2010, p. 681 ss.; GIANATTASIO, Sull’azione individuale del terzo per fatto illecito dell’amministratore di società di capitali, in Giur. Comm., 1960, p. 139).

E’ rimasta minoritaria, seppure esposta autorevolmente, l’opinione che inquadra la responsabilità ex art. 2395 c.c. come responsabilità da “contatto sociale” ravvisando nella posizione dell’amministratore un dovere di garanzia e protezione che consentirebbe di qualificare la responsabilità in senso contrattuale (cfr. su tutti ANGELICI, Responsabilità precontrattuale e protezione dei terzi in una recente sentenza del Bundesgerichtshof, in Riv. Dir. Comm., 1977, I, 29; ID, Società per azioni e in accomandita per azioni, in Enc. Dir., XLII, Milano, 1990, 1008 ss).

Anche se, sul piano pratico, stante il cumulo delle azioni nello strumento dell’art. 146 l.f., la distinzione perde di interesse.

Il rapporto di amministrazione che intercorre tra l’amministratore e la società costituisce solo occasione della commissione di illecito in quanto l’azione non mira alla tutela del patrimonio sociale né il presupposto di essa si fonda sull’inadempimento della società amministrata dall’organo responsabile.

Tale rimedio, prescindendo (a differenza dell’azione dei creditori sociali) dall’inerzia della società riguardo all’esperimento dell’azione sociale, ha evidentemente carattere distinto ed autonomo: del resto, non appare condivisibile l’opinione fondata sul testo della Relazione governativa all’art. 2476 c.c., secondo cui tale strumento costituirebbe il pendant del potere riconosciuto alla società a responsabilità limitata di rinunciare o transigere l’azione sociale di responsabilità promossa dai soci individualmente cfr. F. PASQUARIELLO, in Il nuovo diritto delle società, a cura di Maffei Alberti, vol 3, Padova, 2005, 1995).

Non sussiste, infatti, connessione oggettiva tra i petita e le cause petendi, ben potendo l’azione individuale “sopravvivere” anche alla definizione transattiva o giudiziale dell’azione sociale e dei creditori (in tal senso Cass. 22 gennaio 1993, n. 781, in Foro it., 1993, I, 1890). Né la proposizione dell’azione ex art. 2395 c.c. (2476 comma 6 c.c.) potrebbe precludere l’esperimento dell’azione sociale di responsabilità ovvero quella collettiva dei creditori sociali.

 Ed in effetti, tale iniziativa è volta al perseguimento di interessi diversi da quelli tutelati con le azioni ex artt. 2393 e 2394 c.c.: non la reintegrazione del patrimonio sociale per la tutela dei creditori bensì il ristoro del danno causalmente riconducibile alla condotta illegittima dell’amministratore.

Difetta pertanto ab origine una diversa legittimazione della società o del curatore fallimentare.

E’ importante, invece, che la condotta illecita sia commessa dall’amministratore nell’esercizio delle sue funzioni o in occasione del suo ufficio (cfr. su tutti CAMPOBASSO, Diritto delle società, Utet, 2000, 374 ss) in quanto, diversamente, opererebbe la disciplina generale dell’illecito aquiliano di cui all’art. 2043 c.c.  

La difesa del liquidatore, nel caso esaminato dal Tribunale di Torino, ha dedotto, d’altra parte, che l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, ai sensi dell’art. 2394-bis c.c., in presenza di una procedura concorsuale, sarebbe preclusa al creditore in quanto di sola spettanza del curatore ex art. 146 L.F.; in virtù del fallimento sarebbe attribuita una legittimazione esclusiva in capo al curatore, con conseguente inammissibilità/improcedibilità dell’azione promossa; anche richiamando il disposto dell’art. 2395 c.c.

Il Tribunale di Torino, statuendo espressamente sul punto, ha stabilito che la dichiarazione di fallimento della società pronunciata con sentenza del Tribunale di Torino del 7.4.2011, non rende inammissibile o improcedibile la domanda. 

Premesso che ai sensi dell’art. 2276 c.c. gli obblighi e le responsabilità dei liquidatori sono regolati dalle disposizioni stabilite per gli amministratori, l’art. 2494 bis c.c. invocato dal convenuto, dispone che in caso di fallimento della società le azioni di responsabilità previste dai precedenti articoli spettano al curatore del fallimento; e la Corte di Cassazione  - richiamata dal Tribunale di Torino - ha affermato sul punto che “le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori di una società di capitali previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c, pur essendo tra loro distinte, in caso di fallimento dell’ente confluiscono nell’unica azione di responsabilità, esercitabile da parte del curatore ai sensi della L. Fall., art. 146, la quale, assumendo contenuto inscindibile e connotazione autonoma rispetto alle prime  -attesa la ratio ad essa sottostante, identificabile nella destinazione, impressa all’azione, di strumento di reintegrazione del patrimonio sociale, unitariamente considerato a garanzia sia degli stessi soci che dei creditori sociali- implica una modifica della legittimazione attiva di quelle azioni” (Cass. civ. 12 settembre 2014, n. 19308).

La disposizione si riferisce all’azione di responsabilità prevista dagli artt. 2393 e 2394 c.c., ovvero all’azione promossa per la reintegrazione del patrimonio sociale ed a tutela della massa dei creditori; non si riferisce, invece, all’azione individuale del singolo socio o terzo direttamente danneggiato, la cui legittimazione permane in capo al singolo socio o terzo anche in caso di fallimento della società, come peraltro ammesso dallo stesso convenuto.

Così la Corte di Cassazione ha sul punto sancito che “In tema di azioni nei confronti dell'amministratore di società, a norma dell’art. 2395 cod.civ., il terzo (o il socio) è legittimato, anche dopo il fallimento della società, all'esperimento dell'azione (di natura aquiliana) per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale, in conseguenza di atti dolosi o colposi compiuti dall'amministratore, …se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato” (Cass. civ. 10 aprile 2014, n. 8458; in tal senso anche Cass. civ. 22 marzo 2010 n. 6870).

La giurisprudenza ha statuito, in ordine all’azione individuale del terzo ai sensi degli artt. 2395 e 2476 comma 6 c.c., che si tratta di azione concessa per il risarcimento dei danni subiti dal terzo nella sua sfera individuale, in conseguenza di atti dolosi o colposi compiuti dall'amministratore o dal liquidatore, se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato e non il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito l'ente, ovvero il ceto creditorio per effetto della cattiva gestione (Cass. civ. 10 aprile 2014, n. 8458, cit.; Cass. civ. 22 marzo 2010 n. 6870, cit.); che è configurabile il concorso tra l'illecito contrattuale della società e quello extracontrattuale dell'amministratore o liquidatore (Cass. civ. 3 dicembre 2002 n. 17110); che la responsabilità risarcitoria degli amministratori o liquidatori nei confronti del terzo contraente con la società, secondo la previsione dell’art. 2395 c.c., ha natura extracontrattuale e postula fatti illeciti direttamente imputabili a comportamento colposo o doloso degli amministratori (Cass. civ. 5 agosto 2008 n. 21130).

Nel caso esaminato dal Tribunale di Torino, in maniera conforme ai precedenti in materia, risulta provato il danno subito dalla  società attrice nella sua sfera individuale per la scomparsa di 16.500 kg di rame di sua proprietà, bene specifico che non faceva parte del patrimonio sociale della depositaria ma che era detenuto da quest’ultima a titolo di conto lavorazione per essere restituito (semilavorato); è provato, pertanto, che il danno è conseguenza immediata e diretta del comportamento quantomeno colposo del liquidatore, che ha omesso di vigilare e di adottare le misure adeguate per custodire tale bene specifico, così consentendone la scomparsa che ha impedito la restituzione alla legittima proprietaria.  

Il Tribunale di Torino ha così rilevato che il convenuto non ha allegato di avere adottato misure atte a custodire il rame in oggetto e non ha fornito alcun elemento per spiegare come sia avvenuta la perdita di un suo così rilevante quantitativo. 

La seconda questione affrontata dal Tribunale attiene alla legittimazione del curatore ad esperire le azioni che, societate in bonis, sono riservate alla società, ad i creditori sociali ed ai singoli creditori o terzi.

Come è noto l’art. 146 l.fall. attribuisce la legittimazione esclusiva al curatore fallimentare ai fini dell’esperimento dell’azione sociale di responsabilità e dei creditori sociali previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c.

La ratio è di immediata comprensione. Intervenuto il fallimento ed il divieto di azioni esecutive individuali (art. 51 l. fall.)  solo il curatore può garantire la reintegrazione patrimoniale nell’interesse della massa dei creditori. Si tratta chiaramente di una sostituzione processuale attuata dal legislatore per garantire parità di trattamento a tutti i creditori.

Anche l’azione dei creditori sociali, come azione della massa, viene esperita dal curatore in quanto essa è finalizzata alla reintegrazione del patrimonio sociale per il soddisfacimento dei creditori. L’azione sociale e quella dei creditori sono cumulate e confluiscono nello strumento dell’art. 146 l.fall. perché hanno la stessa finalità: conseguito il risarcimento in base ad una delle due l’altra perde di utilità in quanto il risarcimento è unico e non è possibile chiedere agli amministratori di rispondere due volte dello stesso danno.

La questione è diversa in caso di danno individuale del socio o del terzo che può perfettamente concorrere e cumularsi con quello derivante dalla lesione del patrimonio sociale. Si tratta di una posizione risarcitoria autonoma che non può originare fenomeni surrogatori da parte del curatore.

Conclusioni

La previsione dell’art. 2476 comma 6 c.c., seppure riproduca la disciplina dell’art. 2395 c.c., non sembra affatto denotare la volontà del legislatore del 2003 di appiattire il tipo s.r.l. sul modello azionario ravvisandone in via analogica medesime esigenze e necessità: la tutela individuale del socio o del terzo, proprio perché origina da un atto che assume disvalore giuridico sul piano dell’illecito extracontrattuale deriva dai principi generali soggiacendo alle medesime regole dell’illecito aquiliano di cui all’art. 2043 c.c.

La specialità della norma, che introduce la responsabilità degli amministratori verso i singoli soci o terzi, si giustifica solo per il fatto che l’illecito è “qualificato” dalla posizione assunta dal soggetto attore della condotta, l’amministratore, ed è occasionato dalla funzione o ruolo da esso assunta.

Per il resto l’azione soggiace alle medesime regole sul piano dell’onus probandi e del nesso di causalità tipici dell’illecito extracontrattuale, fermo restando il regime prescrizionale che pone la decorrenza del termine dal compimento dell’atto che ha pregiudicato il socio o il terzo

Sul piano della legittimazione ad agire la soluzione di riservare (rectius: di conservare) la legittimazione all’azione al singolo socio o terzo è coerente con il sistema delle procedure concorsuali che attribuisce al curatore fallimentare solo le azioni della massa, volte alla reintegrazione del patrimonio sociale, non quelle, viceversa, che afferiscono alla posizione individuale del singolo creditore o terzo.  

Il discrimen, come affermato di recente dalla S.C. (cfr. Cass. 23 ottobre 2014, n. 22573) sta proprio nell’impatto della condotta contra ius dell’amministratore sul piano diretto della sfera individuale del socio o del terzo rispetto al patrimonio della società che solo essa potrebbe ritenersi legittimata a tutelare.

Eadem ratio che si rinviene nei recenti pronunciamenti in materia di concessione abusiva del credito laddove appare opportuno distinguere tra richiesta risarcitoria concorrente con quella degli amministratori e funzionale alla reintegrazione patrimoniale del fallito (al fine di affermarne la garanzia patrimoniale ai sensi dell’art. 2740 c.c.) rispetto al danno subito uti singulus dal soggetto che sia stato indotto a contrarre con il fallito per effetto del finanziamento concesso dall’istituto di credito e che è sottratta al concorso e quindi alla legittimazione del curatore (sul punto v. LO CASCIO, Codice commentato del fallimento, sub. Art. 146 l.f., 3 edizione, 2015, 1726). 

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