Giurisprudenza commentata

Astreinte di derivazione francese e giudice nazionale: quale compatibilità con l’ordinamento pubblico interno?

02 Luglio 2015 |

Cass. Civ.

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Sommario

Massima | Il caso | Le questioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

Può essere eseguito in Italia il provvedimento con cui il giudice straniero ha condannato al pagamento di un importo a titolo di astreinte per ogni giorno di ritardo nella consegna al sequestratario nominato dal giudice di azioni rappresentative del capitale sociale. Un’ordinanza di condanna all’astreinte, posta a corredo di un obbligo di consegna, non risulta contraria all’ordine pubblico interno dell’ordinamento italiano: l’istituto di derivazione francese ha, infatti, una finalità meramente coercitiva e non punitiva, in quanto è volta a favorire l’adempimento a tutela del creditore e dell’interesse generale all’esecuzione dei provvedimenti giudiziari.

Il caso

Con ricorso ex art. 360 c.p.c. veniva chiesto l’annullamento della sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Palermo con cui quest’ultima aveva respinto l’opposizione avverso il decreto recante l’esecutività in Italia dell’ordinanza emessa dal Giudice del sequestro di prima Istanza di Bruxelles che imponeva l’obbligo di pagare una somma determinata per ogni giorno di ritardo nella consegna (astreinte) al sequestratario nominato dal giudice di azioni rappresentative del capitale sociale di una società.

 

Il ricorrente deduceva, in particolare, la violazione degli artt. 34-45 del Regolamento (CE) n. 44/2001 e, quindi, l’impossibilità di eseguire in Italia un tale provvedimento in quanto contrario all’ordine pubblico interno. Nell’ottica del ricorrente, l’istituto di diritto belga delle astreintes doveva essere accostato a quello di origine anglosassone dei punitive damages e, pertanto, non poteva trovare applicazione nel nostro ordinamento che prevede una finalità meramente reintegratoria, e non punitiva, del sistema di responsabilità civile.

 

La Suprema Corte, operando una valutazione complessiva dei diversi istituti giuridici del risarcimento del danno, astreinte e punitive damage, ha confermato l’evoluzione della tecnica di tutela della responsabilità civile verso una funzione non solo reintegratoria, ma altresì deterrente ed ha, quindi, rigettato il ricorso confermando la piena compatibilità della fattispecie delle astreintes con l’ordine pubblico interno.

Le questioni giuridiche

La sentenza in commento risulta di estremo interesse, da un lato, perché viene affrontato per la prima volta il tema della compatibilità con l’ordinamento italiano dell’istituto di diritto belga delle astreintes distinguendolo così dalla fattispecie di origine anglosassone dei punitive damages e, dall’altro, perché la Suprema Corte riconosce, attraverso un excursus delle diverse disposizioni in vigore, la recente tendenza evolutiva del nostro ordinamento nel senso di ricondurre allo strumento del risarcimento del danno altri fini con questo eterogenei, quali la deterrenza e la prevenzione generale dei fatti illeciti.

 

Per pervenire ad un tale risultato, la Corte – richiamando importanti precedenti della Corte di Giustizia dell’Unione europea – ribadisce anzitutto la necessità di dare un’interpretazione restrittive delle disposizioni del Regolamento (CE) n. 44/2001 concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GUCE n. L 012 del 16.01.2001, pag. 1) che negano l’esecutività delle sentenze emanate dalle giurisdizioni di altri Stati membri.

 

L’art. 34 del Regolamento (CE) n. 44/2001 disciplina gli impedimenti al riconoscimento e dispone che “Le decisioni non sono riconosciute: 1) se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto […]”. Al riguardo, la Corte di Giustizia ha tuttavia stabilito che, secondo una giurisprudenza costante, il ricorso alla clausola relativa all’ordine pubblico di cui al richiamato articolo 34, punto 1, può avvenire soltanto in casi eccezionali in quanto costituisce un ostacolo alla realizzazione di uno degli obiettivi fondamentali di detto regolamento. Nella sentenza Krombach relativa alla previgente norma della Convenzione di Bruxelles, la Corte ha dichiarato che il ricorso alla clausola dell’ordine pubblico è ammissibile solo “nel caso in cui il riconoscimento o l’esecuzione della decisione pronunciata in un altro Stato contraente contrasti in modo inaccettabile con l’ordinamento giuridico dello Stato richiesto, in quanto leda un principio fondamentale. La lesione dovrebbe costituire una violazione manifesta di una regola di diritto considerata essenziale nell’ordinamento giuridico dello Stato richiesto o di un diritto riconosciuto come fondamentale nello stesso ordinamento giuridico” (sentenza del 28 marzo 2000, causa C‑7/98, Krombach, Racc. pag. I‑1935, punto 37). Tale principio è stato recentemente ribadito anche con riferimento al Regolamento (CE) n. 44/2001 nella sentenza Trade Agency in cui la Corte ha peraltro affermato che non spetta alla Corte definire il contenuto dell’ordine pubblico di uno Stato membro, ma piuttosto controllare i limiti entro i quali il giudice di uno Stato membro può ricorrere a tale nozione per non riconoscere una decisione emessa in un altro Stato membro (v., in tal senso, sentenza del 6 settembre 2012, causa C-619/10, Trade Agency Ltd, pubblicata nella Racc. digitale, punti 48-51).

 

Nell’ottica della Suprema Corte, posto che la nozione di ordine pubblico si riferisce alle “regole fondamentali poste dalla Costituzione e dalle leggi a base degli istituti giuridici in cui si articola l’ordinamento positivo nel suo perenne adeguarsi all’evoluzione della società” (Cass. Sez. Un., 17 luglio 2014, n. 16379 e n. 16380), risulta necessario procedere ad una valutazione complessiva della materia in esame.

 

Ciò posto, la Corte procede ad esaminare l’istituto di diritto belga della penalità (astreinte) al fine di distinguerlo da quello dei punitive damages. Al riguardo, benché non richiamate nella sentenza in commento, appare opportuno menzionare le pertinenti disposizione del code judiciaire (codice di procedura civile belga; in prosieguo: il ‘codice giudiziario’) introdotte nel diritto belga dalla legge del 31 gennaio 1980 che approva la Convenzione del Benelux, conclusa a L'Aia il 26 novembre 1973 relativa ad una legge uniforme sulla penalità (Moniteur belge del 20.02.1980, pag. 2181).

 

L’istituto è disciplinato dagli articoli 1385-bis - 1385-nonies del codice giudiziario, ai sensi del quale “Il giudice può, su domanda di una delle parti, condannare l’altra parte al pagamento di una somma di denaro, denominata penalità, qualora quest’ultima non adempia l’obbligo imposto nella condanna principale, fatto salvo il diritto al risarcimento degli eventuali danni” (art. 1385-bis del codice giudiziario). Il giudice può altresì stabilire che “la penalità consista in una somma unica oppure in una somma determinata per unità di tempo o per ciascuna violazione. In questi ultimi due casi, il giudice può anche fissare un importo oltre il quale la condanna alle penalità non avrà effetto” (art. 1385-ter di tale codice). Il diritto belga definisce la penalità come una “condanna al pagamento di una somma di denaro, pronunciata in via accessoria dal giudice al fine di esercitare una pressione sul debitore affinché questi esegua la condanna pronunciata a suo carico” (V. Van Ommeslaghe, P., Les obligations – Examen de jurisprudence (1974-1982) – Les obligationsRevue critique de jurisprudence belge, 1986, n. 94, pag. 198, e van Compernolle, J., L’astreinte, Ed. Larcier, 2007, pag. 33). Secondo la dottrina belga, la penalità consiste dunque in un “mezzo di coercizione riservato al giudice per far rispettare dal destinatario l’ordine che gli è rivolto” (V. Moreau-Margrève, I., L’astreinteAnnuaire de droit de Liège, 1982, pag. 14).

 

Considerata la specifica natura dell’astreinte, i Supremi Giudici procedono a distinguere l’istituto da quello, invocato a più riprese dai ricorrenti nelle loro difese, dei punitive damages. Vengono così richiamati quei precedenti giurisprudenziali in cui la Corte aveva analizzato la fattispecie, escludendone la compatibilità con l’ordine pubblico interno. Con sentenza n. 1183 del 19 gennaio 2007, la Suprema Corte aveva negato la delibazione della sentenza pronunciata dalla District Court della Contea di Jefferson con cui un produttore italiano era stato condannato al pagamento un importo pari a 1.000.000 di dollari USA a titolo di risarcimento danni per la morte di un soggetto che, sbalzato dal sellino della propria motocicletta a seguito dell'urto con un autoveicolo, aveva perduto il casco protettivo per difetto di progettazione e costruzione della fibbia di chiusura e, cadendo a terra, aveva riportato lesioni gravissime al capo che ne avevano determinato il decesso. In tale occasione, gli Ermellini avevano escluso la possibilità di ricondurre qualsiasi identificazione o equiparazione della clausola penale e del risarcimento del danno morale o non patrimoniale all'istituto dei danni punitivi, affermando che “nel vigente ordinamento l'idea della punizione e della sanzione è estranea al risarcimento del danno, così come è indifferente la condotta del danneggiante”.

 

Con successiva pronuncia dell’8 febbraio 2012, n. 1781 la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul tema, negando l’exequatur di una sentenza pronunciata dalla Corte Suprema del Massachusetts nella quale veniva richiesto un risarcimento di 5.000.000 di dollari USA nei confronti di una società italiana produttrice di un macchinario difettoso per i danni arrecati a un lavoratore. Richiamando i principi affermati nel 2007, la Corte ha ribadito che “nel vigente ordinamento il diritto al risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo non è riconosciuto con caratteristiche e finalità punitive, ma in relazione all'effettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso, né il medesimo ordinamento consente l'arricchimento se non sussista una causa giustificatrice dello spostamento patrimoniale da un soggetto ad un altro”.

 

Preso atto dei propri precedenti, i Supremi Giudici affermano quindi la sostanziale diversità dei due istituti che, seppur volti a coartare l’adempimento, hanno strutture e funzioni non coincidenti. Se, infatti, entrambi gli istituti operano sia come strumenti sanzionatori e sia come forme di coazione indiretta all’adempimento, essi presentano tuttavia differenza fondamentali: permane, invero, il fatto che l’astreinte non ripara il danno in favore di chi l’ha subito, ma minaccia un danno nei confronti di chi si comporterà nel modo indesiderato. L’astreinte, prosegue la Corte, “si allontana dalla liquidazione del danno punitivo, presentando i caratteri di tutela di altro tipo, ossia di induzione all’adempimento mediante una pressione […] a tenere il comportamento dovuto”.

 

Su tale scia, la Suprema Corte passa poi ad analizzare le diverse misure (generali e speciali) previste dal nostro ordinamento al fine di ottenere l’adempimento mediante la pressione esercitata sulla volontà dell’inadempiente a mezzo della minaccia di una sanzione pecuniaria che si accresce con il protrarsi o il reiterarsi della condotta indesiderata. “Deve constatarsi” – prosegue la Corte – “che lo strumento di coercizione del comportamento desiderato mediante condanna giudiziaria ad una somma progressiva a ciò rivolta - nel perseguimento di fini privati, ma a volte anche superindividuali o generali - è presente nel nostro ordinamento, ed anzi l'area dei diritti presidiati dallo stesso è venuta man mano ad estendersi”. Senza pretesa di completezza, vengono così elencate, da un lato, le misure che possono essere comminate dal giudice e, dall’altro, quelle che vengono disposte direttamente ex lege.

 

Quanto al primo profilo, la Corte richiama: in tema di brevetto e marchio, gli artt. 86 r.d. 29 giugno 1927, n. 1939 e 66 r.d. 21 giugno 1942, n. 929, abrogati dal d.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, che ha dettato a tal fine le misure degli artt. 124, 2° comma, e 131, 2° comma; l'art. 140, 7° comma, d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, cd. codice del consumo, dove si tiene conto della “gravità del fatto”; l'art. 709-ter, n. 2 e n. 3, c.p.c., introdotto dalla l. 8 febbraio 2006, n. 54, per le inadempienze agli obblighi di affidamento della prole; l'art. 614-bis c.p.c., introdotto dall'art. 49 l. 18 giugno 2009, n. 69, il quale contempla il potere del giudice di fissare una somma pecuniaria per ogni violazione ulteriore o ritardo nell'esecuzione del provvedimento, “tenuto conto del valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra circostanza utile”; l'art. 114 d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, che attribuisce analogo potere al giudice amministrativo dell'ottemperanza; l'art. 12 l. 8 febbraio 1948, n. 47, che prevede una somma aggiuntiva a titolo riparatorio nella diffamazione a mezzo stampa e l'art. 96, 3° comma, c.p.c., introdotto dalla l. 18 giugno 2009, n. 69.

 

Con riferimento invece alle misure che sono comminate direttamente dalla legge, si cita l’art. 18, 14° comma, dello statuto dei lavoratori, ove, a fronte dell'accertamento dell'illegittimità di un licenziamento di particolare gravità, la mancata reintegrazione è scoraggiata da una sanzione aggiuntiva; l’art. 31, 2° comma, l. 27 luglio 1978, n. 392, per il quale il locatore pagherà una somma in caso di recesso per una ragione poi non riscontrata; l’art. 709-ter, n. 4, c.p.c. che attribuisce al giudice il potere di infliggere una sanzione pecuniaria aggiuntiva per le violazioni sull'affidamento della prole; o ancora l'art. 4, d.l. 22 settembre 2006, n. 259, convertito in l. 20 novembre 2006, n. 281, in tema di pubblicazione di intercettazioni illegali, che dispone la riparazione consistente in una somma di denaro determinata in ragione di ogni copia stampata o con riguardo al bacino di utenza della diffusione avvenuta con mezzo radiofonico, televisivo o telematico.

 

Sulla base di tali considerazioni, la Corte riconosce come nel nostro ordinamento allo strumento del risarcimento del danno, volto in primis alla riparazione del pregiudizio subito dal danneggiato, debbano essere ricondotti altri fini con questo eterogeni, quali la deterrenza e la prevenzione dei fatti illeciti “specialmente a fronte di un animus nocendi”. Risarcimento del danno e astreinte costituiscono, infatti, “misure tra loro diverse, con funzione l’uno reintegrativa e l’altra coercitiva al di fuori del processo esecutivo, volta a propiziare l’indizione all’adempimento”. Ne deriva pertanto che, se la funzione sua propria è quella di coartare all’adempimento, a tutela del creditore e nell’interesse generale all’esecuzione dei provvedimenti giudiziari, l’astreinte comminata dal giudice belga non è incompatibile con l’ordine pubblico italiano.

Osservazioni

Il tema della compatibilità con l’ordine pubblico interno offre ancora una volta ai Supremi Giudici la possibilità di pronunciarsi sulla eseguibilità in Italia dei provvedimenti stranieri e dei limiti che essi incontrano al momento della loro delibazione. La sentenza in epigrafe permette, infatti, alla Corte di pronunciarsi per la prima volta sulla compatibilità delle astreintes con l’ordine pubblico interno dal momento che, quando il giudice belga aveva comminato la condanna, non era ancora stato introdotto nel nostro ordinamento l’art. 614-bis c.p.c., norma che prevede – al fine di garantire l’adempimento degli obblighi di fare infungibile o di non fare – la facoltà per il giudice di imporre l’obbligo di pagare una somma di denaro per ogni violazione o inosservanza, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento dallo stesso adottato.

 

Allo stato attuale, la problematica non si sarebbe nemmeno posta in considerazione dell’entrata in vigore della summenzionata disposizione, nonché dell’art. 114 c.p.a. a norma del quale il giudice dell'ottemperanza può condannare la parte inadempiente al pagamento di una somma di denaro per il ritardo nell'esecuzione del giudicato.

 

Tuttavia, un ulteriore profilo risulta degno di menzione. Nel considerare le differenze tra gli istituti giuridici del risarcimento del danno, astreintes e punitive damages, la Corte formula, se non un vero e proprio revirement giurisprudenziale, quantomeno un importante obiter dictum sul tema della compatibilità dei danni puntivi con il nostro ordinamento. Se, infatti, solo pochi anni addietro la Corte aveva affermato la totale estraneità della finalità punitivo-sanzionatoria all’istituto del risarcimento del danno (Cass. 8 febbraio 2012, n. 1781 e Cass. 19 gennaio 2007, n. 1183), nella sentenza in commento la Corte evidenzia - con portata del tutto innovativa - l’evoluzione della tecnica di tutela della responsabilità civile verso una funzione anche sanzionatoria e deterrente, sulla base di vari indici normativi, specialmente a fronte di un animus nocendi. L’inciso, tuttavia, non viene ulteriormente spiegato e, pertanto, non è possibile comprendere se la Suprema Corte abbia così inteso rispondere a quel dibattito dottrinale che da tempo vorrebbe ammettere i danni punitivi nel nostro ordinamento. Non resterà che attendere le successive pronunce giurisprudenziali per confermare tali supposizioni.

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