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Comunione d'azienda

01 Dicembre 2015 |

Sommario

Introduzione | Inquadramento | Principali caratteristiche | La comunione d'azienda nel codice civile | Attività d'impresa e comunione d'azienda: contrapposizione | Regolarizzazione di una società di fatto derivante da comunione d’azienda | Riferimenti |

Introduzione

Con il termine azienda, secondo la definizione del Codice Civile all’art. 2555, s’intende il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa.

Nella comunione di azienda si verifica la contitolarità di un’azienda diretta unicamente al mero godimento dei beni, non ravvisandosi l’esercizio congiunto di un’attività d’impresa, che darebbe luogo, per lo meno, ad una società di fatto. 

 

Nel caso in cui il godimento dell’azienda si realizzasse mediante il diretto sfruttamento della medesima da parte dei partecipanti alla comunione si configurerebbe l’esercizio di un’impresa collettiva, non essendo ostativo l’art. 2248 c.c., che assoggetta alle norme degli articoli 1100 e seguenti Codice Civile la comunione costituita e mantenuta al solo scopo di godimento.

A questo punto risulta evidente che l’elemento discriminante tra comunione a scopo di godimento e società, sia costituito dallo scopo lucrativo perseguito tramite un’attività imprenditoriale sostitutiva del mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati i beni comuni.

 

Comunione a scopo di godimento e società sono caratterizzate dalla contitolarità dei rapporti patrimoniali rispettivamente in capo ai soggetti partecipanti alla comunione ed ai soci ed in quest’ultimo caso la loro imputabilità ad un distinto soggetto nel caso di società dotate di personalità giuridica. 

 

Inoltre una parte della dottrina ritiene che l’attività di godimento sia definibile solo in senso negativo, fino a quando la stessa non integri i requisiti dell’art. 2082 c.c. Da quel momento sarà definibile come attività d’impresa.

Inquadramento

La condizione di contitolarità finalizzata unicamente al godimento dei beni, escludendo l’esercizio congiunto di attività d’impresa dà luogo ad una comunione d’azienda.

La differenza tra società e comunione è normativamente descritta dall'art. 2248 c.c, che individua l'elemento di distinzione nello scopo di godimento che contraddistingue quest'ultima dall'esercizio in comune dell'attività di impresa, che costituisce l'essenza della prima.

 

Come stabilito dalla Cassazione, la comunione, a differenza di quanto è dato osservare a proposito della società, non ha la finalità di organizzare un'attività economica di tipo lucrativo, bensì soltanto quella di consentire il godimento e la conservazione statica del bene (Cass. Civ., Sez. I, 4558/79 e Cass. Civ., Sez. I, 781/81).

 

Nella società, inoltre, i conferimenti dei soci costituiscono il patrimonio della società direttamente imputabile a quest'ultima quale soggetto autonomo, differenziandosi rispetto ai patrimoni personali dei soci, e tale autonomia è presente, sia pure seguendo regole diverse, per ogni specie di società; in tema di comunione, al contrario, non si rinviene alcun indice di autonomia patrimoniale: nel patrimonio di ciascuno dei contitolari, tra gli altri elementi, si pone anche la quota del diritto in comune con altri, aggredibile in pari misura dai creditori di ciascuno dei partecipanti alla comunione.

 

Inoltre nella comunione le cose oggetto del diritto comune continuano ad appartenere ai comproprietari in piena e libera disponibilità, benché soltanto pro quota. Essi possono pertanto in ogni tempo domandare lo scioglimento della comunione (art. 1111 c.c.); il socio di qualsiasi società non ha invece la possibilità di richiedere la divisione del patrimonio della società e la restituzione dei conferimenti assegnati ad un'entità autonoma rispetto a ciascun socio (ad eccezione delle ipotesi di recesso ed esclusione).

Principali caratteristiche

Il tentativo di trovare una definizione giuridica all’istituto della comunione d’azienda deve innanzitutto partire dalla definizione di azienda. L’art. 2555 del Codice Civile definisce “l’azienda come il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”.

Questa definizione ci spinge immediatamente ad effettuare due considerazioni:

  1.  La comunione d’azienda è esercizio d’impresa?
  2.  Dati più soggetti che partecipano alla comunione è configurabile una società tra di loro come disposto dall’art. 2247 del Codice Civile?

 

La mera condizione di contitolarità finalizzata unicamente al godimento dei beni, escludendo l’esercizio congiunto di attività d’impresa, dà luogo, non ad una società di fatto, ma ad una comunione d’azienda. Più precisamente, come sancito dalla sentenza della Cassazione Sezione II Civile, del 6 febbraio 2009 numero 3028, laddove il godimento d’azienda si verifichi unicamente attraverso lo sfruttamento della stessa da parte dei partecipanti, si ravvisa la configurabilità d’esercizio di un’impresa collettiva a nulla rilevando l’art. 2248 del Codice Civile che richiama gli artt. 1100 e seguenti del medesimo codice.

In evidenza: elemento distintivo dalla società
L’elemento di discriminazione tra comunione a scopo di godimento e società sembra essere lo scopo lucrativo perseguito tramite un’attività imprenditoriale che si sostituisce al mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati beni comuni.

La comunione d'azienda nel codice civile

Il Codice Civile all’art. 2247 recita: “con il contratto di società due o più soggetti conferiscono beni e servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili” , mentre all’art. 2248 dello stesso Codice si precisa che “la comunione costituita o mantenuta al solo scopo di godimento di una o più cose è regolata dalle norme del libro VII e del libro III” ovvero dalle norme relative alla comunione, di cui agli artt. 1100-1116 c.c.

Comunione al solo scopo di godimento e società sono caratterizzate dalla contitolarità dei rapporti patrimoniali rispettivamente in capo ai comunisti (leggasi soggetti appartenenti alla comunione) ed ai soci, fatta salva in questo secondo caso, l’imputabilità ad un distinto soggetto nel caso in cui fosse dotato di personalità giuridica.

 

L’art. 2248 c.c. sembrerebbe segnare una precisa linea di demarcazione tra comunione a scopo di godimento e società e si potrebbe addirittura argomentare che la differenza tra un istituto e l’altro risiede nella diversa configurazione dei beni tra cui viene esercitata la comunione tra due o più soggetti o meglio nel diverso animus operandi che i contitolari hanno rispetto ai beni medesimi.

Nel caso della società i beni e servizi costituiscono il mezzo attraverso il quale realizzare l’attività d’impresa, viceversa nella comunione, i beni di cui si ha la con titolarità tra due o più soggetti è fine a se stessa ed è costituita e mantenuta al solo fine del godimento.

 

Si può senz’altro parlare di comunione o comproprietà dei beni, quando i soggetti che vantano su di essi il medesimo diritto lo mantengono al solo fine di godere dei beni stessi e dei frutti da questi percepibili (art. 1100 c.c.), laddove i comunisti possono esercitare, ciascuno in maniera autonoma rispetto agli altri, tutte le facoltà spettanti al proprietario, sempreché ciò non si impedisca agli altri comunisti il normale uso.

 

Nella società, invece, ai bene sociali viene impresso, seguendo la volontà di tutti i soci, uno specifico vincolo di destinazione che ne consente l’utilizzo solo per l’esercizio in comune tra i soci medesimi dell’attività d’impresa, rimanendone senz’altro esclusa ogni diversa destinazione (si pensi ai risvolti civili e penali della distrazione di patrimonio in un eventuale fallimento, laddove per distrazione s’intende l’utilizzo dei beni sociali per attività diverse, non sempre illecite, ma illegittime)

Ciò si evince facilmente dal combinato disposto degli articoli:

Attività d'impresa e comunione d'azienda: contrapposizione

A chi tenta di trovare punti in comune tra attività d’impresa e comunione d’azienda rilevando che anche l’attività d’impresa è un’attività di godimento intesa a trarre da un bene le sue capacità di soddisfare esigenze matrimonialmente valutabili, il Legislatore risponde col combinato disposto degli articoli 820 e 2247 c.c. dai quali si evince che mentre il godimento del bene da parte di un soggetto diverso dal proprietario fa acquisire al medesimo i frutti, l’esercizio in comune di un’attività d’impresa produce non già frutti ma “utili”.

 

Da ciò discende che il socio di una società di capitali non ha diritto alla percezione degli utili se non dal momento e nella misura in cui degli stessi venga deliberata la distribuzione, sempre previa approvazione dei soci del bilancio da cui gli stessi provengono. Viene così a contrapporsi l’attività di godimento a quella d’impresa, che necessariamente esclude la precedente.

 

Altra giurisprudenza sostiene che l’attività di godimento è definibile solo in senso negativo, ovvero sussiste fino a quando la stessa non integri i requisiti dell’art. 2082 c.c. Da quel momento sarà definibile come attività d’impresa ed il proprietario diverrà a tutti gli effetti imprenditore con il conseguente assoggettamento alla relativa disciplina. Ribadendo ulteriormente che la società è un contratto che regola l’attività in comune di un’impresa, mentre la comunione è una situazione giuridica che si manifesta allorquando diverse persone risultano titolari di un diritto di proprietà od altro diritto reale che insiste su un medesimo bene.

La Corte di Cassazione determina la principale differenza tra le due figure giuridiche riscontrando l’assoluta rilevanza dello scopo lucrativo perseguito mediante lo svolgimento di un’attività imprenditoriale sostitutiva del mero godimento ed in funzione della quale si utilizzano beni comuni.

 

Da ultimo si sottolinea che alla comunione d’azienda si applica tutta la normativa di riferimento in materia di comunione, risulta quindi evidente la necessità di distinguere esattamente tale fattispecie da altre cui si applicherebbero tutt’altre normative.

Regolarizzazione di una società di fatto derivante da comunione d’azienda

Lo Studio n. 853/2014/T del Consiglio nazionale del Notariato esamina le problematiche fiscali dell’atto di regolarizzazione di una società di fatto derivante da comunione di azienda.
Quando accade che i profili della comunione di azienda e della società si sovrappongono, data l’inconfigurabilità della “comunione di impresa”, si deve ritenere concluso, per fatti concludenti, un contratto di società di persone; il successivo, ed eventuale, atto di regolarizzazione della società di fatto risponde soprattutto alla esigenza di riprodurre per iscritto il contratto societario concluso, con la forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, al fine di consentirne l’iscrizione nel registro delle imprese.

A seconda della tipologia dell’attività esercitata, la conclusione del contratto societario per fatti concludenti è idoneo a costituire:

  • una società in nome collettivo, se l’attività è commerciale;
  • una società semplice irregolare, se l’attività non è commerciale. 
In evidenza: momento costitutivo
La regolarizzazione non può essere considerata quale momento di “costituzione” del soggetto societario poiché appare evidente che essa presupponga la già venuta ad esistenza della società.
La regolarizzazione si sostanzia, infatti, nella riproduzione e nella enunciazione, in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata, dell’accordo sociale già perfezionatosi con il negozio di attuazione.
In evidenza: regolarizzazione e beni immobili
L’atto di regolarizzazione potrebbe anche avere un contenuto costitutivo/traslativodi diritti, che ovviamente occorre valutare ai fini della imposizione.
Si pensi all’ipotesi del bene immobile compreso nell’azienda, da intendersi (pena nullità) conferito in godimento al momento della costituzione della società di fatto e, che, nell’atto di regolarizzazione, è trasferito in proprietà alla società.

La regolarizzazione delle società di fatto nell’imposta di registro

L’art. 4, co. 1, lett. e), Tariffa D.P.R. 131/1986 (TUR) dispone l’applicazione dell’imposta in misura fissa per la “regolarizzazione di società di fatto, derivanti da comunione ereditaria di azienda, tra eredi che continuano in forma societaria l’esercizio dell’impresa”, qualora l’atto di regolarizzazione sia registrato “entro un anno dall’apertura della successione”.
Nell’ipotesi di comunione di azienda derivante da successione ereditaria il sistema prevede la sola imposizione fissa (senza applicazione di sanzioni), qualora la regolarizzazione avvenga entro l’anno dall’apertura della successione.

 

La regolarizzazione di società di fatto con azienda contenente beni immobili

La costituzione della società per fatti concludenti (o per contratto verbale) risulta incompatibile con il conferimento della proprietà (e di altri diritti reali) dei beni immobili presenti nella azienda, pena nullità dello stesso atto di conferimento. 
Bisogna allora analizzare, caso per caso, quale sia la volontà del socio conferente (trasferire alla società il semplice godimento oppure il diritto di proprietà).
In questa prospettiva, assume un ruolo fondamentale lo stesso atto di regolarizzazione perché, avendo un contenuto tipicamente riproduttivo (del contratto sociale stipulato per fatti concludenti o verbalmente) e quindi accertativo, tale atto rappresenta la fonte principale per ricostruire la volontà dei soci al momento della nascita della società di fatto.

A livello operativo, possono configurarsi due situazioni, trattate nella seguente tabella:

 

L’atto di regolarizzazione ricostruisce l’originario conferimento di azienda quale conferimento in proprietà per i beni e diritti per i quali non sono richieste particolari formalità e quale conferimento in godimento infranovennale per gli immobili

L’atto di regolarizzazione ricostruisce l’originario conferimento di azienda quale conferimento in godimento infranovennale della stessa azienda (non solo dei singoli beni immobili

In questa ipotesi, se l’atto di regolarizzazione si limita a riprodurre in forma qualificata l’atto societario senza mutare la titolarità giuridica dei rapporti, l’imposta di registro sarà fissa e comprensiva delle sanzioni.

Se, invece, l’atto di regolarizzazione prevede il trasferimento della titolarità dei beni immobili in precedenza conferiti in godimento (che vengono conseguentemente intestati alla società nei pubblici registri, in base all’atto stipulato), vi è un effetto traslativo derivante dal contenuto negoziale dell’atto stipulato. Effetto che, anche quando non sia espressamente indicato, potrebbe ricavarsi da clausole come quelle che prevedono la variazione nell’intestazione presso i pubblici registri dei beni immobili inizialmente conferiti (in godimento) insieme all’azienda. In queste ipotesi, trattandosi di conferimento in società della proprietà di singoli beni immobili, realizzato al momento e per effetto dell’atto di regolarizzazione, vi sarà l’applicazione dell’imposta di registro in misura proporzionale, secondo le aliquote di cui all’art. 1, Tariffa, TUR.

Conseguenza impositiva che invece si evita in ogni caso qualora si tratti di regolarizzazione di società di fatto derivante da comunione ereditaria di azienda, effettuata entro l’anno dall’apertura della successione, considerato lo specifico regime impositivo previsto dall’art. 4, nota II, lett e), Tariffa TUR.

In questa ipotesi, se l’atto di regolarizzazione si limita a riprodurre in forma qualificata l’atto societariosenza mutare la titolarità giuridica dei rapporti, l’imposta di registro sarà fissa e comprensiva delle sanzioni.
Se l’atto di regolarizzazione prevede iltrasferimento alla società della proprietà (o diritto reale di godimento) della azienda, vi sarà senza dubbio un effetto traslativo ulteriore rispetto a quello ricognitivo e riconducibile all’atto stipulato, qualificabile in termini di conferimento di azienda. L’ipotesi è diversa da quella esaminata in precedenza perché, in questo caso, l’effetto traslativo non riguarda solo la proprietà dei beni immobili ma dell’intera azienda; risulta dunque necessario che l’atto di regolarizzazione sia redatto nel modo più chiaro possibile, sia per quanto attiene la rappresentazione del conferimento originario sia con riferimento all’innovativo contenuto negoziale.

L’effetto traslativo dell’atto di regolarizzazione ricostruibile in termini di conferimento (della proprietà o diritto reale di godimento) dell’azienda, determina l’applicazione la sola imposta di registro in misura fissa, essendosi realizzata la fattispecie di cui all’art. 4, lett. a), n. 3, Tariffa, TUR.

In evidenza: l’atto di regolarizzazione e la trasformazione della società
Come noto, la trasformazione è soggetta alla sola imposta fissa di registro (art. 1, lett. c), Tariffa, TUR), sul presupposto che l’atto stipulato si configuri quale mera modifica statutaria.
Se, invece, l’atto prevede, contestualmente alla trasformazione, il conferimento della proprietà (o altro diritto reale) di singoli beni immobili (originariamente conferiti solo in godimento), l’innovativo effetto traslativo comporterà un’imposizione proporzionale.

 

La regolarizzazione delle società di fatto nelle imposte ipotecaria e catastale

Nel testo unico delle imposte ipotecaria e catastale (D.lgs. 31 ottobre 1990 n. 347), l’art. 4 della tariffa, prevede chel'imposta ipotecaria è dovuta in misura fissa per le trascrizioni di “atti di regolarizzazione di società di fatto derivanti da comunione ereditaria di azienda registrati entro un anno dall'apertura della successione”, ma la relativa nota aggiunge che “se gli atti di regolarizzazione di cui contro sono registrati dopo un anno dall'apertura della successione si applica l'imposta proporzionale indicata dall'articolo 1”.

Inoltre, l'art. 10 co. 2, D.lgs. 347/1990 dispone l’applicazione dell’imposta catastale in misura fissa per le volture “eseguite in dipendenza di atti di regolarizzazione di società di fatto, derivanti da comunione ereditaria di azienda registrati entro un anno dall'apertura della successione”.

La fattispecie della regolarizzazione di società di fatto derivante da comunione ereditaria di azienda realizzata entro l’anno dall’apertura della successione è tipizzata, quindi, anche in tale contesto normativo, con la previsione dell’imposizione solo fissa, analogamente a quanto previsto nel tributo di registro.

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