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Società benefit: il modello italiano delle B-Corp statunitensi

Con la Legge di Stabilità 2016 (in vigore dal 1° gennaio scorso) è stata introdotta nel nostro ordinamento la figura della cd. società benefit (su cui vedi il Focus di Pellino: Società benefit: novità della Legge di Stabilità 2016).

Tale figura prende forma dal modello statunitense delle benefit corporation (cd. B-Corp): l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver disciplinato tale fenomeno consistente in società che, pur essendo for-profit, intendono coniugare l’obiettivo del profitto con un impatto positivo con il contesto in cui operano. Infatti, lo scopo è quello di produrre benessere nell’ambiente in cui svolgono la loro attività.

In particolare, le società benefit, oltre al tradizionale scopo lucrativo di cui sopra, perseguono anche finalità ulteriori: nell’oggetto sociale viene infatti inserita la previsione per cui si propongono di perseguire «una o più finalità di beneficio comune» operando in modo responsabile e sostenibile nei confronti del territorio e della comunità. Tale “beneficio comune” consiste nell’obiettivo di perseguire «uno o più effetti positivi, o la riduzione degli effetti negativi» a vantaggio di determinati destinatari (lavoratori, clienti, fornitori…).

 

La normativa ha avuto un discreto successo: infatti, secondo i dati raccolti da uno studio operato dall’Universitas Mercatorum di Roma, risultano operanti in Italia 32 società benefit, di cui 17 già presenti prima del 2016 e 15 costituite subito dopo l’introduzione della nuova disciplina. Si tratta di 31 s.r.l. e 1 s.p.a. presenti prevalentemente al Nord, composte da un numero esiguo di soci, dotate di un capitale sociale compreso tra i 10mila e i 100mila euro e operanti in una grande varietà di settori merceologici

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